3 cose (semplici) che devi sapere sul DESIGN THINKING
La professoressa di inglese mi ha insegnato che esistono dei falsi amici, parole anglofone che assomigliano a parole italiane ma che hanno un significato molto diverso.
Quindi, quando le senti o le leggi, ti pare di ricevere un aiuto dal suono della parola e, tac, rimani fregato.
Cold non è caldo, ma freddo.
Annoy non è annoiare, ma infastidire.
Rumor non è rumore, ma diceria.
E Design non è disegno, ma progettazione. Sì, progettare e progettare nel senso di qualcosa di funzionale nel caso del design thinking.
Se ne parla da un po’ di questo argomento ma quanti sanno di che si tratta? Allora ecco tre (semplici) cose che devi sapere sul design thinking e che possono esserti utili.
Prima però capiamoci: non è pensare al disegno (falso amico) ma in linea molto generale è un mindset creativo che mira a risultati e si concretizza con azioni tangibili.

Rifacendoci sulla traduzione inglese-italiano possiamo dire che si tratta di un pensiero progettuale che si basa sul contesto al quale viene applicato. Ciò significa che non si propone di arrivare alla migliore soluzione in assoluto ma alla miglior soluzione per quel contesto.
Quindi se parliamo di soluzione significa che la sfida è la risoluzione di un problema sentito dalle persone. Infatti il DT (Design Thinking) si propone di risolvere problemi relativi a:
- Prodotti
- Servizi
- Relazioni
- Organizzazione
- Business Model
A questo punto quali sono le tre semplici cose che devi sapere sul Design Thinking e perché possono tornarti utili?
Vediamole una a una.
Primo. Il DT si compone di cinque fasi ben definite:
- Empatia: fase divergente –> capire di più, ascolto più voci diverse dalla mia per avere più elementi
- Definizione: fase convergente –> decido quali sono le parti rilevanti per risolvere il problema
- Definizione: fase divergente –> trovate tante possibilità, idee che siano utili alla soluzione
- Prototipazione: fase convergente –> seleziono le idee più valide e creo il prototipo
- Test: valuto in caso torno indietro e riprendo da un determinato punto del processo
Già qui notiamo che c’è ordine nella struttura “creativa” e che il tutto parte da un punto ben preciso: le persone.
Altra caratteristica importante da sottolineare è il susseguirsi (gli esperti di DT direbbero “in modo potenzialmente infinito”) di fasi divergenti e di fasi convergenti. In sostanza si aggiungono elementi, si osservano le cose da più angolazioni, poi si tolgono quelle superflue e il processo si ripete fino a trovare un’attuazione concreta che può (leggete bene) essere FALLIBILE. E perché mai fallibile? Semplice: per imparare dagli errori a basso costo.
Secondo. Un altro aspetto importante che devi sapere del design thinking è che ha senso se è economicamente sostenibile, in termine di soldi e di tempo. Nel concreto mi posso permettere di percorrere a livello di prototipo soluzioni che si dimostreranno sbagliate se ho risorse disponibili, e non si tratta di tempo perso, ma di tempo investito che creare innovazione.
Attento però! Perché innovazione non è invenzione, ma rendere qualcosa di esistente utile a un contesto diverso.

Qui c’è da dire che la soluzione per essere accettabile deve rispondere sì a un bisogno delle persone (punto uno del processo: empatia) ma deve rispondere anche al business model del committente. Ad esempio è possibile che gli utilizzatori di Apple vorrebbero un prodotto che costasse di meno, ma questo andrebbe nella direzione opposto al business model dell’azienda di Cupertino.
Terzo. Le domande poste per la ricerca della soluzione alla sfida (problema) sono domande che si basano sull’esperienza. Ed è proprio la somma di esperienze diverse (ricordiamoci che l’empatia è il primo passo del processo di design thinking) che rende valida la progettazione. Significa che per fare in modo che il DT arrivi a soluzioni efficaci dobbiamo avere intorno al tavolo persone con esperienze diverse.
Cosa avviene invece in molte aziende? Si vedono manager che nel momento in cui sono chiamati a risolvere un problema si contornano di persone che hanno la stessa opinione, limitando il campo d’azione. Oppure che faticano a convergere un una direzione precisa o ancora incapaci di testare la soluzione proposta, faticando ad ammettere la fallibilità del prototipo creato.
Sul design thinking c’è molto altro da scrivere ma queste sono tre semplici cose che devi sapere se vuoi approcciarti a questo metodo. Personalmente ho trovato il DT molto interessante e pratico e per questo ti consiglio di approfondire l’argomento con un esperto. In questo caso mi sento di consigliarti i corsi di Smarter, tenuti da professionisti preparati e chari nelle spiegazioni.
Qui ti lascio il loro sito nel caso volessi prendere contatto, anche solo per saperne di più.
https://www.smarterandsmarter.com/
E buon “pensiero di disegno”, ops! Pensiero progettuale 😉